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Novità dalla Germania. Si lavora meno ore ma a parità di stipendio

Sta facendo scalpore il rinnovo contrattuale strappato dai 900.000 lavoratori metalmeccanici del Baden-Wuerrtemberg, il Land occidentale tedesco, in cui il potente sindacato IG Metall è riuscito ieri ad ottenere dalle aziende del comparto importanti concessioni sul fronte sia delle retribuzioni che dell’orario di lavoro.
I salari saliranno mediamente del 4,3% dal mese di aprile ed entro 27 mesi verranno erogati anche bonus una tantum, che aumenteranno ulteriormente la busta paga dei lavoratori.
Tuttavia, le novità più rilevanti appaiono sul piano della flessibilità oraria: i lavoratori potranno richiedere fino a due volte nell’arco della loro carriera lavorativa e per un periodo tra 6 e 24 mesi di vedersi abbassare le ore settimanali di lavoro da 35 a 28. Se la richiesta avviene per prendersi cura di figli piccoli, assistere parenti malati o anche nei casi di lavori usuranti, non vi sarà nemmeno il taglio dello stipendio. E il lavoratore può optare per rinunciare all’integrazione salariale, prendendosi in cambio 8 giorni di ferie in più. Allo stesso tempo, l’azienda potrà concedere a quanti ne facessero richiesta di lavorare fino a 40 ore settimanali.

In pratica, la Germania scopre per via negoziale la flessibilità in alto e in basso sull’orario di lavoro. Un esito, quello delle trattative tra sindacati e aziende, che viene considerato già un modello d’ispirazione anche in Italia, come si legge in svariati articoli della stampa nazionale e non, in cui si recrimina l’impostazione rigida dei contratti nostrani. C’è chi propone da anni di abbassare l’orario di lavoro per legge, seguendo l’esempio francese del 1997, voluto dall’allora ministro del Lavoro socialista, Martine Aubry, che tagliò da 40 a 35 ore a settimana l’orario di lavoro in svariati comparti del settore privato. L’esperimento dirigista si è rivelato un fallimento, tanto che negli anni sono state tante le eccezioni a quella regola e i dati pessimi sull’occupazione testimoniano come il motto “lavorare meno, lavorare tutti” sia rimasto tale.

E allora, ci si chiederà, se i tedeschi siano stati più scemi degli altri. La risposta è ovvia: no. La Germania è in piena occupazione, vantando un tasso di disoccupazione al minimo storico del 3,6% e un tasso di occupazione pari al 76%. Ciò denota l’assenza di manodopera di riserva per le aziende tedesche e il conseguente aumento del potere negoziale dei sindacati che rappresentano i lavoratori occupati. E’ una legge di mercato, che ci si ostina a non comprendere in un paese come l’Italia, dove si pensa spesso che il lavoro lo creino le leggi. E quello che i lavoratori metalmeccanici tedeschi stanno gradualmente ottenendo, in termini di salari più alti e flessibilità oraria, se lo sono guadagnati. Dal 2001 ad oggi, mediamente il pil per ora lavorata in Germania è cresciuto dell’1%, in Italia è rimasto uguale. Negli ultimi 10 anni, la produttività del lavoro in Germania è aumentata cumulativamente del 7,5%, in Italia è rimasta anche in questo caso ferma.

Le condizioni del lavoro in Italia

In altre parole, i lavoratori tedeschi sono diventati relativamente ancora più produttivi di quelli italiani negli ultimi decenni, ampliando il solco che separa le economie di Germania e Italia.

Colpa dei lavoratori pigri italiani? Non è questo il discorso.

La produttività è il rapporto tra l’output e il fattore lavoro. Essa varia sulla base delle quantità di beni e servizi prodotti, in funzione alle unità di lavoro utilizzate. Le prime possono aumentare o diminuire non solo per meriti o colpe del lavoratore, ma anche per gli investimenti realizzati o meno dall’azienda. Una cosa sarebbe coltivare un appezzamento di terreno muniti solo di una pala, un’altra avvalendosi di trattori, piogge artificiali, concimazioni chimiche, etc. Nel primo caso, l’agricoltore potrà anche rompersi la schiena tutti e 365 giorni dell’anno, ma otterrà quasi certamente raccolti più magri che nel secondo caso.

E che le imprese italiane siano sotto-capitalizzate, a causa delle dimensioni spesso troppo piccole, non disponendo perciò di mezzi sufficienti per investire o non potendo nemmeno ricorrere al credito bancario, è problema fin troppo noto. Che, poi, sul lavoro ricada una legislazione inadeguata sul piano delle norme che regolano i rapporti tra imprese e dipendenti, nonché su quello fiscale, con tasse e contributi ai massimi livelli nel mondo, è anch’esso risaputo. I lavoratori italiani non potranno pretendere di lavorare meno ed essere pagati uguale, semplicemente perché non ve ne sono le minime condizioni economiche. La produttività da noi è bassa, come abbiamo avuto modo di notare, e per giunta deteniamo alti tassi di disoccupazione (11%) e bassi tassi di occupazione (58%). Tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, poi, uno su tre è in cerca di un lavoro. Per arrivare ai livelli della Germania, ci mancherebbero qualcosa come 6 milioni di posti di lavoro.

Fino a quando non verranno creati, le aziende disporranno di manodopera di riserva con la quale sostituire, in teoria, gli occupati con personale esterno. Una minaccia, che stana sul nascere qualsivoglia tentazione dei sindacati di avanzare richieste insostenibili. Come abbiamo spiegato diverse volte, oggi come oggi non potremmo nemmeno immaginare che i salari italiani crescano, dati i recenti cali accusati dalla produttività, a cui le retribuzioni devono necessariamente restare agganciate per non fare perdere competitività alle imprese. E non è un caso che le sigle di categoria non abbiano più alcun peso negoziale dentro e fuori i cancelli degli stabilimenti. (Leggi anche: Produttività lavoro: brutte notizie su stipendi in Italia e Francia)

Fonte investireoggi.it


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