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Le sigarette elettroniche fanno male?

L’ultimo studio sulle sigarette elettroniche, condotto da ricercatori americani e pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze, rivela che provocano danni al DNA e riducono, nei topi, la capacità di cuore, polmoni e vescica di ripararsi. Evidenze simili sono state osservate anche in polmoni e vesciche umane in laboratorio.

“È come fumare con il profilattico”

Le e-cig, le sigarette elettroniche, sono sul mercato da circa quindici anni. Il primo modello venne commercializzato in Cina nel 2004 da Hon Lik, che allora lavorava per una società chiamata Golden Dragon Holdings. Poi arrivò negli Stati Uniti, quindi in Europa, sulla scia della promessa di essere innocua. “È fumo sicuro, come fumare con un preservativo”, era la geniale trovata di marketing di William Taskas, uno dei distributori in Canada di un marchio di sigarette elettroniche.

Oggi forme e colori dei dispositivi elettronici si sono evoluti fino quasi a diventare oggetti di design, facendo nascere comunità di appassionati online e trovando il successo anche sui social network, dove gli utenti postano i propri tricks, cioè acrobazie, con il vapore delle e-cig.

Svapare fa male?

Non tutta la comunità scientifica è d’accordo con il signor Taskas e il suo assioma sul fumo sicuro. Negli anni le sigarette elettroniche sono state al centro di decine di studi per valutare gli effetti sulla salute umana.

“Solo in Italia i fumatori di e-cig sono 1,3 milioni”, aveva dichiarato Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano.

Proprio un team di ricerca italiano, era arrivato a una conclusione simile a quella dei ricercatori americani studiando le conseguenze del vapore sul modello animale: le sigarette elettroniche hanno “un potente effetto moltiplicatore sugli enzimi bioattivi cancerogeni di fase I, compresi gli attivatori di idrocarburi policiclici aromatici (IPA), e possono aumentare la produzione di radicali liberi di ossigeno e l’ossidazione del DNA in 8-idrossi-2′-deossiguanosina”. Tradotto, scrive la Fondazione Veronesi, possono portare alla “diminuzione delle capacità antiossidanti del tessuto polmonare e un aumento della produzione di radicali liberi, due condizioni che hanno un ruolo primario nel generare quello stress ossidativo spesso imputato come causa o concausa di tumori, invecchiamento cellulare e malattie cronico degenerative”.

Ad agosto 2016 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva preparato un report su ENDS (Electronic Nicotine Delivery Systems) e ENNDS (Electronic Non-Nicotine Delivery Systems), i due meccanismi utilizzati nelle sigarette elettroniche. La differenza tra l’uno e l’altro, come facilmente intuibile, è la presenza o assenza della nicotina nel liquido che viene utilizzato. L’Oms, in quel rapporto, spiegava che “il numero e il livello di sostanze tossiche conosciute prodotte da ENDS e ENNDS sono mediamente più basse che quelle nelle sigarette normali”. Attenzione però, perché “il livello di sostanze tossiche può variare enormemente tra marchi differenti – e anche tra liquidi dello stesso marchio – e in alcuni casi raggiungere picchi più elevati di quelli del fumo di tabacco”. Il tutto senza contare che negli ENDS sono stati registrate sostanze tossiche nuove, come il gliossale. E, avvertiva l’Oms, alcuni aromatizzanti dolci, come cannella e ciliegia potrebbero essere pericolosi a lungo termine. Insomma, non proprio un prodotto da raccomandare.

Il comitato pro e-cig

Contro quel rapporto, nel 2016, si era scagliato il Comitato Scientifico Internazionale per la Ricerca sulla Sigaretta Elettronica, un pool di 12 esperti di cui faceva parte anche Umberto Veronesi. Il testo dell’OMS “fornisce una valutazione distorta, decisamente peggiorativa, dei rischi legati all’utilizzo delle e-cig – aveva scritto -. In termini tossicologici, la discussione pone eccessiva enfasi su rischi trascurabili derivanti da livelli di esposizione in realtà risibili. In tossicologia, difatti, non è la semplice presenza di un agente potenzialmente offensivo che determina un danno all’organismo, bensì la concentrazione perché è la dose che rende letale un veleno”.

Fanno o non fanno male?

Inutile girarci attorno, non pare (ancora) esserci una risposta univoca alla domanda se le sigarette elettroniche facciano male altrettanto o più delle classiche bionde, o se invece siano un buon compromesso tra vizio e salute. Nelle conclusioni a cui arrivano quasi tutti gli studi, infatti, emerge come il recente sviluppo di questo prodotto renda indeterminabile una risposta certa. Nel frattempo, l’unico accordo a cui pare essere arrivati è la soluzione terminologia. Dall’ottobre del 2013 anche l’Accademia della Crusca ha riconosciuto il verbo svapare per indicare “l’azione di emettere del vapore acqueo tramite uno strumento costituito da una batteria ricaricabile, un circuito elettrico, un filtro e un vaporizzatore”.

Fonte: agi.it


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